sabato 30 giugno 2018

Michael Northrup







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Diario Notturno 408

La ricerca della verità è un gioco da adolescenti, più attinente all'immaginario che al reale. Chi osserva una scena e afferma che è evidentemente vera in realtà non va al di là del verosimilmente evidente perché anche un linguaggio minuzioso, capace di scomporre una percezione fino all'impalpabile o di descrivere un sentimento con una ricchezza di dettagli tale da conferirgli lo stato di materia, fallirebbe. Ascoltare, vedere, toccare o sentire equivalgono a interpretare, a omettere e aggiungere, al lavoro di un traduttore insomma. L'ordine in cui tutto fluisce si sottrae all'immediatezza: prima viene accolto e in seguito concepito, così l'essere vero non è l'oggetto, è la luce in cui l'oggetto mi appare. Ma se quello che è fuori di me concorda solo con se stesso, come posso cogliere la verità e trasmetterla ad altri se non in qualità di intuizione? 
È proprio la coscienza di questa imprecisione a salvare l'uomo dalla follia perché se avvertisse la perfetta identità tra il suo modo di sentire e il mondo avrebbe la certezza di sapere cos'è il mondo entrando a pieno titolo nel delirio.